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Educare alla Pace

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Per contrastare ed evitare i conflitti

Aprire la riflessione su conflitto, disponibilità al confronto, relazione educativa, vuol dire riflettere su temi cruciali e irrinunciabili che possono aiutare a trovare risposte nell’impegno a orientare lo sviluppo armonico e integrato della personalità nei contesti educativi, in un tempo di grandi emergenze fatte di guerre, sopraffazioni e violenze, in cui sembra smarrirsi il concetto stesso di umanità.

La parola conflitto è una parola che sentiamo immediatamente avversa, una parola negativa che richiama la guerra, gli stermini che attanagliano in questi giorni un’umanità aggredita, oppressa, a cui sono negati i diritti fondamentali. Ad esplorare la portata vasta di questa parola, considerandone la valenza articolata per chi si interessa di educazione, ecco la possibilità di accedere a un concetto che riguarda l’educazione alla Pace come progetto per contrastare ed evitare i conflitti.

Pensare il conflitto vuol dire tenere insieme e distinguere la dimensione di tensione che provoca contrasti interiori nel soggetto, pulsioni contrapposte che inducono sofferenze a livello psichico, situazioni di antagonismo a livello di gruppi sociali, conflitti di interesse che generano opposizioni e degenerano in lotte e scontri relazionali.

Così i conflitti legati alla conquista della supremazia economica e politica possono riguardare non solo gruppi ristretti ma intere popolazioni e diventare guerre fratricide e di sterminio.

È indispensabile e urgente, sul piano umano e comunitario, riflettere sul significato dell’essere in opposizione per scoprire i percorsi di esperienza positiva a livello di relazioni tra le persone, soprattutto tra i soggetti in formazione, nei contesti di lavoro, di apprendimento, di vita sociale.

Situazioni conflittuali sono sempre situazioni di disagio, di contrasto, che rischiano di diventare insanabili e che impediscono la realizzazione di un benessere da condividere.

Vogliamo perciò tentare di esplorare il concetto di “conflitto” per trarne armi di pacificazione, strumenti di costruzione di relazioni positive, efficaci a livello emotivo, cognitivo e sociale.

 

Quale ruolo può assumere il conflitto in educazione? Come trasformare un’esperienza conflittuale in un’esperienza di crescita umana? Si può insegnare e apprendere a litigare? Si può far fiorire la pace negli individui in formazione?

Quando bambine e bambini litigano, è possibile aiutarli a diventare consapevoli della situazione di conflitto in cui agiscono?

“Io non vinco tu non perdi” può essere un obiettivo? La pratica della didattica a distanza, le trasformazioni nella gestione della classe, correlate all’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia per covid-19, hanno modificato l’esperienza del litigio e del conflitto nell’età evolutiva, rendendo queste esperienze maggiormente problematiche e limitanti.

Dalle ricerche in campo psicologico sappiamo che il conflitto è determinante nei processi di cambiamento, di adattamento e sviluppo perché riguarda sempre la dimensione comunicativa e l’opportunità di scambio sociale e di dialogo. Il conflitto può essere gestito per mezzo di una molteplicità di strategie che permettono riconoscere i motivi che generano il conflitto stesso, sempre legati all’incompatibilità di obiettivi considerati non reciproci.

I bambini, come gli adulti, litigano per il possesso di beni e oggetti, per la non accettazione di comportamenti e opinioni, per la violazione di regole definite. L’opposizione, anche la più rigida e la più insanabile, può, tuttavia, essere negoziata e risolta, senza che l’opposizione termini per vittoria di una parte sull’altre o per abbandono e rinuncia ai propri obiettivi.

Ecco allora l’importanza di un contesto comunicativo aperto, in cui la comprensione delle ragioni reciproche, le argomentazioni, le spiegazioni, possano condurre alla risoluzione del contrasto come assunzione di un nuovo punto di vista condiviso.

Pratiche molto efficaci, in uso nella scuola e nelle situazioni formative in genere, riprendono i principi dell’ascolto attivo, della negoziazione, della valorizzazione dell’intelligenza emotiva e della capacità di argomentare. Per questo a scuola risulta molto importante il ruolo dell’insegnante, che può aiutare le alunne e gli alunni ad accrescere la fiducia in loro stessi, non litigando e aggredendo ma dialogando, forti di mature competenze linguistiche e modalità comportamentali in cui ascoltare, comprendere, rispettare siano abilità acquisite e sperimentate anche in modo laboratoriale.

Si può imparare a litigare attraverso situazioni conflittuali che sono tali a livello di metodo, per maturare la consapevolezza della situazione stessa e del proprio possibile intervento.

 

Gli alunni e le alunne devono apprendere a parlare del litigio che li ha coinvolti (“È mio!”, “Ho preso prima io il pallone!”, “Hai sbagliato tu!”), per diventare capaci di ritrovare l’accordo con gli amici. Il ruolo degli adulti non diventa un aiuto significativo se si impone con una soluzione dall’alto o con la ricerca del colpevole.

Poiché ogni litigio riguarda sempre le relazioni interpersonali, queste relazioni devono essere considerate finalità di costruzione e ricostruzione di un rapporto sereno, collaborativo e riflessivo.

Ogni conflitto chiama in causa la volontà e l’intenzionalità di modificare una situazione e deve attivare la motivazione a ritrovare quel clima di fiducia e di serenità compromesso. Si tratta di cambiare una situazione, di ristabilire un equilibrio che riguarda non solo il rapporto con gli altri ma anche il rapporto con se stessi.

A scuola dobbiamo scegliere il valore della pace come tempo e spazio di educazione.

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