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Autore: Denise Furlan

Insegnante di lingua inglese alla Scuola Primaria e formatrice specialista in TEFL

One-Two-Three, listen… please!

L’udito è il primo dei cinque sensi che si sviluppa, addirittura prima ancora della nascita, e il listening è, di conseguenza, la prima language skill che anche durante l’apprendimento di una lingua seconda si può attivare e praticare, anche in classe.

In fondo, tutto ciò che ci circonda produce stimoli uditivi: è attraverso di essi che iniziamo a conoscere la realtà. Proviamo per un momento a stare in silenzio; scopriremo quanti suoni ci avvolgono. E, quasi automaticamente, ci renderemo conto di quanto spesso filtriamo ciò che sentiamo, eliminando gli stimoli superflui per concentrarci su ciò che davvero ci serve.

Questo processo avviene anche tra i banchi di scuola, durante la nostra lezione di lingua, in cui spesso come docenti dimentichiamo che tra gli elementi linguistici a cui noi decidiamo di esporre gli studenti (lessico, indicazioni, istruzioni, ecc…) ci sono anche una serie di elementi che gli alunni devono discriminare, eliminare o filtrare, per indirizzare l’ascolto.

Nell’esperienza linguistica stessa, mentre noi stiamo per esempio leggendo una storia in L2, ci sono parole che desideriamo che i nostri alunni acquisiscano e memorizzino (target language) ed elementi di contorno che invece possono essere ignorati (parole che non sono indispensabili per la comprensione, commenti dei compagni, disturbo generale dell’ascolto da parte dell’ambiente…).

È quindi utile considerare e spiegare agli alunni la differenza tra hear e listen. Riporto un esempio che può essere d’aiuto per produrre una riflessione per l’adulto, ma può essere anche condiviso in classe per condurre gli studenti a modalità adeguate di approcciarsi al listening.

Alla stazione dei treni l’altoparlante ci sommerge di informazioni con la voce meccanica che attiva istantaneamente l’emozione di un viaggio in procinto di iniziare. Annunciando le destinazioni e gli orari ci fa conoscere tutti i movimenti dei treni della giornata. Noi viaggiatori, tuttavia sentiremo tutti gli annunci, ma ascolteremo davvero solo l’annuncio che riguarda la destinazione che ci interessa. Solo così arriveremo all’obiettivo, lasciandoci alle spalle informazioni inutili.

In classe dobbiamo ricordare ai nostri bambini la differenza tra ascoltare e sentire, e che la nostra attenzione va veicolata, che non è necessario capire tutto, ma capire quel che ci serve. Tutto ciò è possibile solo se nelle nostre lezioni creiamo attività di listening mirate a sviluppare queste abilità, queste sub skills.

Ecco qualche semplice esempio.

Listening for gist
Allenare la capacità di cogliere il senso generale è fondamentale, ma spesso trascurato. Il primo ascolto può essere dedicato proprio a questo, con un compito chiaro:

  • Ascolta e scegli il tema (ex. animals, food, sports – di cosa parlava l’audio?);
  • Ascolta e scegli le parole (ascolto generico di fronte a varie parole sul banco – scelgo quelle che hanno a che fare con l’ascolto in questione);
  • Scegli l’immagine corretta (ascolta e seleziona quel che più rappresenta il senso generale dell’audio ascoltato).

Listening for specific information
Per quanto riguarda l’ascolto specifico, invece, l’obiettivo è che gli alunni ascoltino e comprendano parole o frasi specifiche del testo.

Ricordiamo tre regole principali.

  • Condividiamo con loro questo obiettivo, tranquillizzandoli sul fatto che non serve comprendere tutto;
  • Definiamo prima l’attività che dovranno svolgere durante l’ascolto, in modo che ascoltino con l’obiettivo ben chiaro (ascolta e riordina, ascolta e solleva la flashcard, ascolta e indica, ascolta e traccia il percorso…);
  • Creiamo delle routine per i momenti di ascolto con delle filastrocche che supportino nelle indicazioni in inglese, attraversando le varie fasi (gist, specific info, self assessment).

Non è quindi forse la registrazione che è troppo disturbata o lo speaker che parla troppo in fretta, ma siamo noi che dobbiamo allenare il nostro orecchio e le abilità di ascoltare, per salire sul giusto treno!

Speaking ideas

Qual è il primo obiettivo per cui si impara (e si insegna) una lingua? E quale delle four language skills (listening, speaking, reading and writing) le insegnanti e gli insegnanti dicono essere la più difficile da insegnare e praticare? Probabilmente la risposta che avete dato alle due domande è la stessa: speaking!

Il primo mezzo che abbiamo per comunicare è la lingua orale, parlata e ascoltata, assieme ovviamente al linguaggio del corpo che diventa un alleato fondamentale per chi insegna, per riuscire a far arrivare il messaggio con efficacia. Se l’obiettivo nell’imparare una lingua è  comunicare, tuttavia, pensando all’apprendimento in classe, le fragilità che si incontrano nel fare speaking sono molteplici:

  • La mancanza di elementi linguistici (non solo lessico) per parlare
  • La timidezza di alcuni studenti e alcune studentesse
  • Classi molto numerose
  • Poco tempo per arrivare a tutti
  • Poche idee soprattutto per supportare apprendenti con livello molto basso

Tra le righe di questo articolo potresti trovare alcune possibili risposte, ma soprattutto una prospettiva diversa da cui guardare lo speaking, che, probabilmente, ti spingerà a cambiare le tue domande!

La regola principale quando si pianifica una lezione di speaking è ricordare che è necessaria una ragione specifica per l’apprendente per parlare. Spesso ripetere quello che dice l’insegnante o partecipare a piccole conversazioni e scenette non è sufficiente, perché l’atto comunicativo non è spendibile, è poco realistico e diventa una forzatura, soprattutto per bambini e bambine più riservati. Nella lezione di inglese ci sono due modi principali per dare uno scopo solido al momento di speaking: la routine e la sfida.

Le routine linguistiche permettono al gruppo classe di partecipare a scambi comunicativi quotidiani, con una lingua ripetitiva e significativa. Pensiamo per esempio ad un momento di saluto in inglese in cui dire come ci si sente, oppure chiedere un’informazione (sempre la stessa) ad un compagno, per esempio what are you wearing today? In questo caso non solo l’interesse aumenta perché c’è un compito da svolgere (possiamo accompagnare la routine a un poster interattivo attacca-stacca), ma si instaura anche una sicurezza data dal sapere già cosa aspettarsi, che supporterà alunni e alunne più timidi, ma anche chi presenta bisogni educativi speciali. Si può pensare ad una routine di inizio e di fine lezione e modificarla leggermente nel tempo per rendere lo spunto sempre interessante e dare qualche piccolo incarico giornaliero, come il giornalista che parlerà al “microfono” (un qualsiasi oggetto abbiate in aula!) oppure il meteorologo, oppure ancora il contatore che conterà i presenti. Questo darà uno stimolo ancora maggiore a voler esprimersi in inglese.

Il secondo aspetto fondamentale da considerare è la sfida. Un’attività di speaking stimolante deve spingere il bambino o la bambina ad esprimersi in lingua perché in quel momento ne vede chiaro il bisogno e, visto che uno dei bisogni quotidiani dei bambini e delle bambine è il gioco, rendere lo speaking un gioco può veramente essere la chiave! Se per vincere il gioco, o anche solo per parteciparvi e divertirmi devo parlare in inglese, parteciperò con entusiasmo! È importantissimo predisporre giochi che siano di breve durata per dare la possibilità a tutti di partecipare e tenere alto il livello di attenzione, ma anche pensare ad attività giocose che permettano di usare la lingua approfondita insieme, e si può fare anche a livelli base! Serve veramente poco per rendere la lingua un materiale ludico. Pensiamo banalmente alla classica frase what is it? Alla quale si può rispondere It’s a book, per esempio. Tuttavia se l’insegnante mostra una flashcard o un libro e chiede cosa sia, quale può essere per il bambino o per la bambina la ragione per cui risponderci in inglese? Probabilmente nessuna. Pensiamo invece di nascondere in una scatola misteriosa un oggetto e chiedere what is it? Mistero, curiosità e sfida accenderanno il desiderio di rispondere! Tutti i giochi in cui è previsto l’indovinare sono un ottimo stimolante esempio di speaking. Alcuni esempi concreti potrebbero essere il classico I spy with my little eye oppure l’indovina chi.

L’ultimo spunto di riflessione che lascio qui oggi è legato a cosa significhi davvero parlare. Non si tratta, soprattutto in classe, solo di un atto comunicativo a senso unico. Si può parlare anche ripetendo, si può parlare anche in coro, e si può parlare… sopra le note di una canzone! Un suggerimento da mettere in pratica domani: prendete la lingua target che state affrontando in quel periodo (per es. il present continuous con what are you doing?) e inseritelo in un piccolo chant o in un motivetto musicale che potete inventare anche voi sul momento. Aggiungete magari una base ritmata presa da YouTube… il gioco è fatto!
Iniziate voi a porre la domanda e rispondere:

What are you doing? What are you doing?

I’m drinking tea – drinking tea!

And what about you?

What are you doing? What are you doing?

Passate la parola ad un bambino o ad una bambina e avviate un gioco musicale a catena, magari supportato da mimo o immagini.

Trovate tante attività simili nei testi di Celtic Publishing, sempre attenti allo sviluppo di abilità comunicative, accompagnati da fotografie che ritraggono i bambini nel momento dello speaking, in ogni unità di Super Friends o Hello World.

Adesso sapete come metterle in musica, farle diventare giochi stimolanti, o renderle una routine.

Have fun!

Are you paying attention?

La lezione di inglese è composta da diversi momenti che permettono di coinvolgere attivamente gli studenti e le studentesse nell’apprendimento e nell’utilizzo della lingua. Durante la programmazione delle attività è fondamentale considerare i tempi di attenzione del gruppo classe, in modo che ogni proposta diventi un’opportunità spendibile ed efficace.

Il tempo, si sa, sembra sempre sfuggire via: tra una ricreazione e l’altra, tra un progetto e un’uscita didattica, sembra che non ci sia mai abbastanza spazio. Perché allora non provare a evitare la corsa contro il tempo, per spostarsi ad una visione dinamica del tempo in classe?

La lingua ben si presta a scambi anche veloci, in cui l’obiettivo deve essere chiaro e diretto (Un’attività di speaking? Un momento di ascolto?). Questo ricalca la naturalità della comunicazione, che consiste nel costruire atti di scambio continui con i “mattoncini linguistici” dati a disposizione. 

Tra un’attività e l’altra, è fondamentale inserire quelli che possiamo chiamare breakers o pause attive. Tutti abbiamo bisogno di una pausa, ma, in ugual modo, quel tempo in classe che è sempre limitato e prezioso, può essere sfruttato in modo utile e stimolante, proprio grazie alle pause attive. Una pausa attiva non è solo un momento di distensione, ma una piccola attività che aiuta bambine e bambini a:

  • Incanalare l’attenzione
  • Ritrovare un momento di tranquillità e silenzio
  • Soddisfare la necessità di muoversi.

E tutto questo avviene però all’interno dell’ambito didattico che stiamo approfondendo, trasformando la pausa stessa in un’ulteriore occasione di apprendimento.

Considerando la diversità delle intelligenze e degli stili di apprendimento degli studenti, è auspicabile proporre una lezione di lingua che permetta di accedere al codice linguistico attraverso vari canali: visivo, uditivo, motorio, relazionale… E le pause attive non fanno eccezione!

Ecco qualche esempio di pausa attiva, in un elenco vario tra cui scegliere:

  • I SPY WITH MY LITTLE EYE: un gioco di speaking in cui un bambino descrive un oggetto che sta osservando e gli altri cercano di indovinare;
  • TOUCH YOUR: semplice, ma sempre efficace giocare con il nostro corpo e gli oggetti attorno a noi. L’insegnante chiede di toccare un oggetto o una parte del proprio corpo e i bambini (magari a turno) svolgono;
  • SIMON SAYS: classico intramontabile per stare in movimento e concentrarsi!
  • CLAPPING ACTIVITIES: numerose filastrocche con l’uso delle mani, tramandate da insegnante a insegnante, che richiamano l’attenzione e offrono un momento di pausa. (Ad esempio: “Five fingers”);
  • ACTION SONGS: canzoni tradizionali del mondo anglosassone, perfette per essere utilizzate come pause attive. “Five little ducks” è un esempio in cui i bambini, a turno, interpretano le paperelle mentre il gruppo canta;
  • CHAIN QUESTIONS: domande e risposte a catena (anche in stile “telefono senza fili”), che permettono di ripassare strutture linguistiche e vocabolario in modo divertente e ordinato;
  • VIRTUAL BALL: i bambini si passano una palla immaginaria e, quando l’insegnante dice “stop”, chi ha ricevuto la palla risponde a una domanda;
  • INVISIBLE ROLE PLAY: l’insegnante propone un oggetto invisibile (ad esempio, una corona) e chiede ai bambini di eseguire azioni utilizzandolo (es: put in on your head, clean it, put it down…).

Varietà e dinamicità come parole chiave per la lezione di inglese, ma qualcosa che rimane in maniera invariata e costante c’è: la fantasia – sempre protagonista! Gli argomenti trattati e molti altri approfondimenti sono esplorati nei volumi Hello World e Super Friends editi da Celtic Publishing.

Strategie di Role Play nella lezione di inglese 

Put yourself into someone else’s shoes”, in inglese, letteralmente “mettersi nelle scarpe di qualcun altro”: è questo il modo di dire che ci permetterà oggi di iniziare a parlare di role playin classe. Un invito ad uscire da sé per abitare i panni dell’altro: è proprio qui che comincia la magia.

L’esperienza dell’immedesimazione popola i racconti per i bambini, i loro giochi e le avventure con cui si raccontano l’un l’altro.

Uno dei criteri più importanti per scegliere le attività in lingua da proporre ai nostri alunni è proprio il grado di coinvolgimento emotivo e di immedesimazione che riescono a generare.

Dopotutto, imparare una lingua è sempre un’esperienza di immedesimazione: significa superare barriere, scoprire il diverso, ma anche riconoscersi nelle esperienze universali dell’umanità, l’andare a scuola, l’avere una famiglia, il gioco, condividere il momento del pranzo e così via.

Il gioco del “facciamo finta” è un bisogno profondo di ogni bambina e bambino: è il loro modo di interpretare, comprendere e fare propria la realtà.

Fare role play in classe significa proprio proporre situazioni di apprendimento linguistico situato in cui, attraverso un setting, qualche oggetto di scena e semplici battute, spesso ripetitive, i bambini diventano attori in un teatro speciale: la loro aula. Un palcoscenico protetto, dove si apprende con leggerezza, senza pressione, ma con tanto divertimento.

In questo contesto privo di giudizio, il role play favorisce:

  • la motivazione intrinseca all’apprendimento;
  • la riduzione dell’ansia da prestazione nello speaking;
  • l’apertura anche degli studenti più riservati;
  • la memorizzazione naturale attraverso l’immedesimazione;
  • la scoperta del mondo attraverso l’esperienza diretta.

Le possibilità per l’utilizzo del role play inoltre sono le più svariate e proprio per questo è davvero una strategia didattica molto spendibile perché concede di lavorare sulla functional language, ovvero quell’insieme di lessico ed espressioni funzionali, appunto, all’espletamento di un atto comunicativo in una determinata situazione. Alcuni esempi: l’aeroporto, il ristorante, il dottore, e così via!

Spesso si crede erroneamente che il role play sia adatto ai ragazzi e alle ragazze più grandi, pensando ad una sorta di recita con copione, ma scopriremo che non è così e che i più bravi a “mettersi nei panni dell’altro” sono proprio i più piccoli (anche senza troppe risorse linguistiche, se con proposte opportune!).

Esploriamo insieme alcune idee ed attività.

MIMING
Il role play non deve necessariamente includere lo speaking. A volte è il corpo a parlare. In questo tipo di attività i bambini ascoltano l’insegnante e mimano le azioni, imparando vocaboli e strutture in modo attivo.
Scegli un tema — ad esempio le parti del corpo — e inventa personaggi fantasiosi, come mostri bizzarri, che i bambini interpreteranno. Es. I’m a tall, tall monster. I am fat and I have big eyes. I have one leg and I jump around.

STILL IMAGES
Una tecnica presa in prestito dal teatro. I bambini si fermano in una posa, diventando immagini viventi che raccontano una scena. Un esempio: un tavolo e due sedie diventano un ristorante. Due bambini restano immobili nei ruoli di clienti e cameriera. Il resto della classe, guidato da te, dà voce alla scena con mini-dialoghi. È un’attività ideale per introdurre la recitazione in modo semplice e sicuro: l’ambiente è silenzioso, il tempo è dilatato, la lingua si interiorizza senza fretta.

MNGLING DIALOGUES
Un’attività dinamica e divertente. Dopo aver praticato un mini-dialogo (es. Hello, how are you? – I’m happy. And you? – I’m hungry!) invita i bambini a muoversi per l’aula e a ripetere il dialogo ogni volta che incontrano un compagno. La ripetizione rafforza sicurezza e memorizzazione.
Puoi arricchire l’attività con delle role play cards: piccole carte con disegni o parole-guida.

Una faccina sorridente? Il bambino dirà “I’m happy!”
Una faccina affamata? “I’m hungry!”

MULTIPURPOSE SPOON
Un cucchiaio? Sì, proprio lui!
Può diventare ogni giorno qualcosa di diverso: un microfono per dare le previsioni del tempo, una bacchetta magica per “attivare” l’inglese, una chiave per entrare in una storia. Con i più piccoli, la fantasia è la risorsa più potente che abbiamo. E basta davvero poco per attivarla.

RHYME STORY
Lo speaking può diventare… musica! Esiste un intero repertorio di rhymes, chants e storie cantate in lingua inglese, ma puoi anche crearne tu con grande facilità. Prendiamo per esempio la semplice rhyme: “Five Little Monkeys”, dove i bambini potranno immedesimarsi nelle scimmiette e rappresentarle con semplici azioni durante la storia.
Proponi una canzone o storia ritmata, ripetila più volte e lascia che i bambini diventino attori che accompagnano il racconto. Dopo poco, inizieranno a ripetere da soli. E senza accorgersene, non stanno solo facendo speaking, ma anche storytelling.

Quando la prossima volta vorremo proporre un’attività di immedesimazione e role play e ci verrà da pensare che il livello dei nostri bambini sia troppo basso per recitare ricordiamoci che

“Drama is not only about the product, but part of the process of language learning. It allows children to own the simple and mechanical language they use by involving their personalities.” (Sarah Philips)

Il tempo dell’estate, il tempo delle opportunità

L’estate è alle porte e, tra campanelle scalpitanti, manine sudate e zaini sbatacchianti le scuole si svuotano del proprio chiacchiericcio. Le biciclette pronte a essere cavalcate, i gelati che si sciolgono troppo in fretta e i lunghi pomeriggi di sole portano con sé il pensiero che bambine e i bambini torneranno tra i banchi di scuola a settembre più sorridenti, più abbronzati e incredibilmente cresciuti, come ogni anno. E noi insegnanti, con lo sguardo attento di chi prova ogni giorno a leggere tra le righe dei bisogni più veri, ci ritroviamo a riflettere su cosa sia giusto rispondere a quegli occhi curiosi che, sotto le frangette sudate, ci chiedono: “Maestra, ma ci dai i compiti per le vacanze?

E oggi io, come insegnante, cercherò di rispondere in queste righe, più o meno come ho risposto a loro.

L’estate è un’opportunità.

Un’opportunità di crescita, cambiamento e scoperta. Un’opportunità per prendere i pezzetti che sono stati costruiti insieme durante l’anno scolastico e ricomporli in modo nuovo. Se la scuola fornisce strumenti utili da poter usare ogni giorno, portarseli in vacanza è quasi naturale. E così quel menù in inglese in una località di vacanza ricorderà l’attività di role-play al ristorante, quella canzone cantata in classe che riaffiora alla memoria mentre si gioca in spiaggia diventerà un modo per interagire con un bambino appena conosciuto,ed è proprio in queste piccolezze, che poi piccolezze non sono, che una bambina e un bambino sente che sta diventando grande, raccogliendo gli insegnamenti per farli diventare qualcosa di spendibile e reale.

Il dibattito compiti-non compiti delle vacanze è sempre molto acceso. A me non piace parlare di “compiti”. A me piace, come dicevo prima, parlare di “opportunità”. Ogni bambino è diverso, con le proprie esigenze, la propria famiglia, le proprie avventure fuori dalla scuola.
Noi insegnanti, in classe, li aiutiamo a preparare lo zaino, ma sappiamo che la valigia per le vacanze sarà preparata senza di noi. E perché non fornire alcune possibilità, anche per non dimenticare la lingua inglese, per riempirla?
Ecco le due occasioni che potrebbero riempire le valigie linguistiche dei nostri piccoli alunni:

  • Ascolti attivi – soprattutto per i più piccini l’ascolto è la chiave per aprire numerose porte alla lingua inglese e lo è stato per tutto l’anno scolastico. Il primo modo per conoscere un suono nuovo. La curiosità. L’imitazione giocosa e poi man mano più consapevole. Mantenere attivo l’ascolto può essere più semplice per chi viaggia e ha contatti frequenti con la lingua, ma è auspicabile che non si riduca all’ascolto passivo di canzoni online per chi, invece, queste possibilità le incontra più di rado. Fornire un accesso all’ascolto sicuro, adatto all’età e facilmente fruibile è una priorità. I miei consigli sono: creare una lista di QR code da scannerizzare in cui inserire video, canzoni, audio letture e materiali rilevanti per il bambino/a, che riporti ad attività svolte durante l’anno scolastico. Inoltre, entra in gioco qui anche il famoso libro delle vacanze che, come ho spiegato in aula, diventa un fedele alleato per ascoltare sonorità, parole, discorsi e racconti. Il libro “Hello Summer” di Celtic Publishing è estremamente adatto a questo scopo, con un comodo QR code che rende le pagine accessibili, inclusive e divertenti. Le attività proposte sono un po’ come accennavamo prima, inoltre, attività da mettere in valigia: cruciverba, indovinelli, ricette da svolgere con la famiglia e giochi da provare con nuovi amici di ombrellone. Per il passaggio alla secondaria, a queste e altre esigenze risponde invece “Hello Secondary”, libro accessibile anche in digitale, che permette di ascoltare parole ed espressioni in lingua, raccoglierle nelle pagine e metterle in pratica con semplici esercizi, diventando anche un compendio utile per portare la propria valigia anche in viaggio verso una nuova scuola.
  • Letture graduate – ogni bambina e bambino è alla ricerca di storie. Una delle modalità più vere che abbiamo per esprimerci è il raccontare, che attiva anche numerosi aspetti dell’intelligenza emotiva e, che per questo, più facilmente rimane nella nostra memoria. Una buona storia, però, soprattutto in lingua, è attenta a linguaggio, grafica, modalità di trasmissione e contenuti. Deve essere abbastanza semplice da coinvolgere, ma non troppo per non essere noiosa. Abbastanza interessante e innovativa per incuriosire, ma deve anche saper riportare a “casa”, dove ci sentiamo sicuri. Deve usare parole che già conosciamo, ma anche parole nuove che possiamo imparare. E deve saperci divertire. Trovare tutto questo può sembrare un’impresa, ma per fortuna anche qui c’è Celtic Publishing, con la sua raccolta di Smart Readers. Gli Smart Readers sono piccoli libri di lettura in cinque livelli per la Scuola Primaria e la Scuola Secondaria di primo grado. Raccolgono storie che incontrano i gusti e gli interessi dei bambini e delle bambine, fiabe conosciute, grandi classici ma anche storie nuove, originali ed entusiasmanti. Raccontano storie in un inglese graduato, che dona la gioia di riuscire a leggere, di sentirsi capaci, insieme alla possibilità di imparare qualcosa di nuovo, sia a livello linguistico che culturale. Il tutto corredato da ascolti accessibili con facilità in modalità digitale.

In questo modo non abbiamo dato compiti, abbiamo dato a tutti una possibilità, un’idea, piantato un semino. Così che ognuno abbia il suo modo di germogliare in libertà.

Let’s CLlL with Hello World!

Se in ogni unità di apprendimento che portiamo in classe ci fosse l’idea di donare ai bambini un pezzetto del loro mondo, se pensassimo che la lingua che stiamo insegnando possa essere in qualche modo utile nella vita di tutti i giorni, interconnessa con altro, saremmo già un passo più vicini a fare CLIL.

Si parla molto di CLIL (Content and Language Integrated Learning) recentemente e, seppur tutte le insegnanti e gli insegnanti ne conoscano il significato, è ancora radicata la convinzione che la lezione di CLIL debba essere qualcosa di insolito, frutto di un progetto particolare, ancora ben lontano da essere integrato nella didattica di ogni giorno. Tuttavia, la lingua deve essere, quanto più possibile, legata e collegata ad aspetti della vita quotidiana e al piccolo universo che i bambini stanno costruendo passo dopo passo, lezione dopo lezione. Nella Scuola Primaria l’intersecarsi armonico degli apprendimenti nelle diverse discipline concorre allo sviluppo e alla crescita globale dei bambini e delle bambine. Proprio per questa ragione è anche l’ambiente ideale per sperimentare la metodologia CLIL.

Ma se non si tratta solo di progetti circoscritti, a cosa ci riferiamo esattamente con il termine CLIL?

Coyle, Hood & Marsh (2010):lo definiscono così:

“CLIL is about using language to learn and learning to use language.”

La visione del CLIL che dovremmo prendere in considerazione è quella di una lingua che viene circoscritta e adattata per trattare argomenti a misura di bambino e vicini al loro interesse, anche se questo tocca aspetti inerenti altre discipline. Il CLIL potrebbe diventare con semplicità un ampliamento della didattica dell’inglese, accompagnando le lezioni di lessico e di sviluppo di competenze di listening, speaking, reading and writing. Una lingua, riprendendo la citazione, da usare per imparare e imparare per usare, demolendo, appunto, i confini tra una disciplina e l’altra.

In questa modalità “Hello World”, dalla classe prima alla quinta, conduce i bambini e le bambine per mano all’interno di un inglese comunicativo e spendibile, che parla a loro e di loro. Ogni unità di apprendimento è collegata alla disciplina di riferimento, che verrà poi approfondita in pagine CLIL dedicate, in un percorso ampio e unico, facendo acquisire nuove conoscenze in altri campi del sapere e creando occasioni di uso reale della lingua attraverso un approccio multidisciplinare e multiculturale. “Hello World” abitua all’idea che le discipline siano tutte collegate e che l’inglese, sempre più, si ritrovi in ogni ambito della nostra vita, basti pensare al mondo dei media, ma anche allo sport e all’informatica.

Ricordiamo che, perché la lingua venga adeguatamente estrapolata dal contesto e poi interiorizzata, è bene tenere a mente le varie fasi del CLIL, definite da Coyle:

  • attivazione delle conoscenze pregresse (Warm-up / Pre-task);
  • introduzione dei contenuti (Input);
  • interazione e comunicazione (Processing);
  • produzione e rielaborazione (Output);
  • riflessione e valutazione (Review & Assessment).

Le proposte di CLIL di “Hello World” guidano l’insegnante nella progettazione di attività che garantiscano un’esperienza autentica e completa. Partono dalle basi dell’apprendimento linguistico con attività guidate che introducono e aiutano a usare nuovo lessico, propongono input adeguati e legati a vari mediatori (iconici, uditivi…) come video stimolanti a misura di bambino o immagini acchiappa-curiosità. Arrivano, in seguito, ad attività mani in pasta, (o lingua in pasta!), attraverso le quasi l’inglese viene messo in pratica con attività ludiche e spendibili. Dall’arte con le forme matematiche, alla creazione di mappe geografiche, al facial painting assieme a Cleopatra… il mondo è tutto da scoprire… let’s go!

Citazione da: Coyle, D., Hood, P., & Marsh, D. (2010). CLIL: Content and Language Integrated Learning. Cambridge University Press.

Lingua autentica e compiti di realtà

Lo scopo di qualsiasi studentessa e studente che si approcci all’acquisizione di una lingua è la comunicazione. Ogni parola che apprendiamo, ogni espressione che gioiosamente riusciamo a cogliere da un discorso, ci serve per garantire uno scambio comunicativo, per fornire e ricevere informazioni su un dato argomento. Questo aspetto dovrebbe essere ben tenuto a mente da ciascuna e ciascun insegnante nel momento della progettazione di una lezione di lingua, in modo che non diventi un mero trasferimento di parole, ma una ragione in più per volerle usare!

Nel momento della predisposizione di percorsi di lingua per le più piccole e i più piccoli, talvolta non è semplice trovare delle proposte per rendere la lingua un po’ più reale e utile: il livello di lingua è ancora base e le studentesse e gli studenti sono molto giovani, cercano il gioco e, nonostante le loro capacità di “captare” una nuova lingua siano molto elevate, sembra che la produzione tardi ad arrivare. Ed è effettivamente così! Parla la scienza: si tratta della fase silente dell’apprendimento di una lingua, la fase in cui bambine e bambini ampliano e rafforzano il proprio vocabolario passivo, acquisendo gradualmente una comprensione degli enunciati orali in lingua, inizialmente in modo globale e poi via via più precisa, pur non essendo ancora in grado di produrre parole o frasi.

C’è da tenere a mente, inoltre, che il nostro cervello, soprattutto quando si tratta di competenze linguistiche produttive, funziona un po’ a risparmio: se non mi serve, non lo faccio. Nel caso di bambine e bambini, in cui la motivazione nell’apprendimento delle lingue non è spesso legata a obiettivi più grandi come potrebbe essere per gli adulti (prepararsi ad un esame di lingua, fare un viaggio…) dobbiamo essere noi insegnanti a dimostrare che parlare, o scrivere in inglese in quel momento… è utile (e possibilmente anche divertente!).

La nuova proposta editoriale “Super Friends” progetta le varie unità di apprendimento proprio in quest’ottica: utilità e divertimento, attraverso il progetto Pen Friends. Di che si tratta? Ogni unità didattica prevede al termine una proposta di un vero e proprio compito di realtà! Attraverso esercizi via via sempre meno guidati, bambine e bambini sono accompagnati verso la scrittura di una lettera da inviare poi a dei compagni di altre scuole. Le lettere permettono ai bambini di raccontare di sé, con gli strumenti acquisiti durante le varie unità di apprendimento, ma anche di ricevere una risposta, e instaurare quindi una conversazione reale con bambine e bambini della stessa età. L’importanza di questo percorso si riassume nella sua utilità, ma anche nella costruzione di un percorso in cui i bambini da soli potranno autovalutare i propri progressi, scoprendo come le conoscenze piano piano crescono e permettono di aggiungere sempre un pezzetto in più a quella che è la meraviglia di riuscire a comunicare!

Rivedi l’incontro formativo dedicato a Super Friends del 3 aprile: link.